HEDDA GABLER

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Hedda, una novella sposa, torna dal viaggio di nozze e dopo aver compreso quale sarà la sua futura vita si suicida. Nel dramma vengono messi in scena le vicende precedenti al suicidio di Hedda, esattamente le trentasei ore precedenti. 

Gli altri personaggi in scena rappresentano, nelle relazioni che hanno con Hedda, ciò che lei potrebbe e dovrebbe essere, chiedendole di volta in volta di essere una moglie, una nuora, un’amica, un’amante, diventando quindi le proiezioni di ciò che la società le chiede di essere. Nessuno di questi ruoli si confà a Hedda che in un  delirio di onnipotenza trova come unica gioia di vita intessere con ogni personaggio un rapporto ambiguo cercando in questo modo di crearsi da sé un ruolo: la figura di una donna che svaluta, manipola, nega e in certi casi di distrugge la vita altrui per accrescere la sua potenza, il suo dominio. Ma accade il contrario sono gli altri che hanno il sopravvento su di lei. Hedda è incapace di gestire le conseguenze delle forze che ha messo in atto, l’esito delle proprie azioni, della propria volontà di potenza, il delirio di onnipotenza si trasforma in un incubo e nel momento in cui comprenderà che il suo ruolo non può esistere, che la sua regia è stata velocemente annientata dalle altre forze, dagli altri personaggi, costretta a vita in un ruolo subalterno preferisce l’uscita di scena, la morte.

Crediti

di Hedda Gabler
Riadattamento e regia Veronica Cruciani
Con Michele Castelli Gattinara, Paola De Crescenzo, Carla Fezzi, Paolo Madonna, Maria Dolores Mogavero, Federica Preite

Aiuto alla regia Mario Scandale
Assistente alla regia Nicolò Ausili
Drammaturgia sonora John Cascone
Scenografie Antonio Belardi


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